Se per parlare di Napoli bisogna per forza mettere in mezzo Dio
di Serena Gaudino
Qualche giorno fa mi è capitato di essere stata invitata alla presentazione, a Torino, del libro di Andrej Longo “Dieci”. Ci sono andata perché ero curiosa di sentire che effetto faceva sentire parlare di Napoli e non essere a Napoli.
Alle 18 e quindici minuti l’autore è salito sul palchetto, si sono spente le luci e un’attrice ha iniziato a leggere il primo racconto.
Lo leggeva con un accento spiccatamente napoletano, spingendo l’andatura della frase proprio nei punti giusti e mi sono ritrovata lì piacevolmente sorpresa. I dieci racconti di cui è costituito il libro di Longo, pubblicato da Adelphi, sono molto belli. Ma non voglio entrare nello specifico del libro, voglio invece soffermarmi sull’impressione che ho provato sentendo leggere, in un contesto inusuale, di malvivenza, desolazione, camorra, morte e su come risuonano le parole scelte dall’autore per descrivere i napoletani, con le loro facce che sembrano maschere, la loro anima sempre troppo sporca e il loro cuore pieno di smagliature.
Dopo la lettura, l’autore ha iniziato a rispondere alle domande dei moderatori che gli hanno chiesto perché il libro è intitolato Dieci, perché l’ha ambientato a Napoli e come si pone lui rispetto a questa città. Andrej Longo ha risposto con un’aria un po’ scanzonata, abbastanza imprecisa, dando informazioni frammezzate; ma questo forse sta nel suo personaggio. Poi però ha calcato la mano raccontando anche a parole la disperazione in cui versa Napoli. A quel punto mi sono un po’ vergognata. Non perché Napoli non sia disastrata e sull’orlo del baratro, ma perché non erano quelle le parole giuste per descriverla: quelle di Longo erano parole, frasi piene di luoghi comuni, come se lui Napoli non la conoscesse dal di dentro (cosa credo possibile visto che è di Ischia e vive a Roma) ma ne parlasse come ne può parlare uno che la frequenta per un po’, ne impara l’accento, qualche battuta alla Totò e poi si cimenta nella ricostruzione, letterariamente fresca e commovente anche, della sua anima senza averci mai litigato.
Ecco, secondo me, per scrivere di Napoli o scrivere con quella pienezza e musicalità giusta un po’ con Napoli ci devi aver litigato. Del resto, prima di questa nuova generazione di scrittori post-saviano (o meglio filo-saviano), quasi tutti gli scrittori napoletani che si sono imposti sulla scena nazionale con Napoli c’avevano profondamente litigato e se n’erano andati via portandosi però con sé la nostalgia, la speranza, l’amore per questa terra che non li appagava e continua a non appagarli visto che anche quelli ancora molto attivi non hanno nessuna intenzione di tornare. Mi riferisco naturalmente a Domenico Rea ad Annamaria Ortese ma più vicino penso a Raffaele La Capria a Erri De Luca. Ho l’impressione, invece, che oggi, non ci sia più quel bollore poetico a foraggiare l’immaginazione degli scrittori napoletani che si limitano, pur egregiamente, a costruire con garbo e freschezza racconti o romanzi che siano, attingendo da fatti di cronaca, racconti di terze persone, analisi dei fatti: realtà, stringente fedele realtà che trasborda dappertutto inondando la fantasia, l’immaginazione poetica, lo ripeto ancora, per arrivare ad afferrare, in modo più splatter possibile, il bulletto di turno, il camorrista pentito e non, il poveraccio, la madre spacciatrice, la madre chiocciola che aggredisce la polizia…
Io mi ci vergogno un po’ in questo mare di immondizia, sono sincera, e vorrei che tanti napoletani come me se ne vergognassero e decidessero di voltare pagina, cambiare. Ma come? Non certo non parlandone più, ma trovando un modo diverso di raccontare, magari aggiungendo quello che secondo me ora manca, un po’ più di cuore. E' questa la ricetta per migliorare l'immagine della nostra città? Mah! Ciò di più immediato a cui penso è di bloccare la produzione letteraria che sfrutta il filone-saviano, tanto uno come lui le case editrici non lo trovano. E poi, continuo a pensare: è possibile che da un po’ di tempo a questa parte - vedi Longo con l’idea di legare i suoi dieci racconti ai dieci comandamenti e Valeria Parrella che intitola la sua ultima raccolta di racconti “Per Grazia Ricevuta” - per parlare di Napoli bisogna per forza scomodare Dio?